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Cari lettori oggi voglio parlare di un libro che mi è stato segnalato, il che devo dire mi ha fatto molto piacere.

Si tratta di “L’omino del pigiamino” dell’autrice e illustratrice Diana del Grande, che a soli 30 anni pubblica il suo primo libro per bambini con la casa editrice “La strada per Babilonia”.

(Dire “di soli 30 anni fa uno strano effetto avendone di meno) chiusa la parentesi offtopic vorrei parlarvi della casa editrice, che prima non conoscevo, e anche del libro, che da quel che ho potuto constatare rappresenta l’unico titolo per l’infanzia presente nel loro catalogo.

Si tratta di una casa editrice che valorizza autori esordienti e punta tutto sulla loro fantasia e creatività, prevalgono i libri per adulti, poi troviamo  qualche YA e infine “L’omino del pigiamino”: il titolo di oggi.

IL FRUTTO DI UN DURO LAVORO: ALTI E BASSI

Ho letto il libro e posso dire a prima vista che dietro c’è molto lavoro e si vede, anche se ha molti alti e bassi, cosa peraltro inevitabile quando una singola persona si occupa sia del testo che delle illustrazioni. ( A meno che non si parli dei soliti nomi blasonati, o casi eccezionali in cui un singolo riesce magistralmente a “fare tutto da sé”).

Delle illustazioni ho apprezzato la gamma dei colori scelti e  i toni delicati, specialmente visto e considerato che si tratta di un libro “della buonanotte”.

Devo dire però che non tutte le scene avevano la stessa qualità, con alcune tavole che ho trovato incantevoli, e altre che a mio avviso avrebbero richiesto un a maggior attenzione, o l’appoggio di una mano esterna (c’è una scena in cui si vede un manipolo di casette avvolto in una notte scura, ma tranquilla. Ho trovato la scena molto delicata e rassicurante). In altri punti invece, per esempio quello dove il protagonista Tommy indossa un costume simile a quello di Superman o cammina sull’arcobaleno,  le figure appaiono meno curate, almeno questa è stata la mia impressione.

UN’OCCHIATA AI CONTENUTI 

Le illustrazioni fanno metà di un’opera, l’altra metà è chiaramente il testo, e in questo libro ce n’è tanto, molto più che nei libri che recensisco di solito. Questo però credo sia dovuto al fatto che i libri di cui parlo sono quelli che porto alle letture pubbliche, mentre “L’omino del pigiamino” vuole essere una lettura “privata”fra madre e figlio, prima di andare a dormire. La storia è legata ad un ricordo comune a molti adulti che un tempo sono stati bambini.

Chi non si è mai addormentato sul divano in pantaloncini per poi svegliarsi nel proprio letto in pigiama? E chi non si è mai chiesto come ciò avvenisse?

Queste le premesse che danno avvio alla narrazione.

La madre di Tommy parla al bambino di un misterioso Omino del Pigiamino, responsabile di questo fenomeno misterioso e Tommy decide che la cosa che vuole di più è vederlo all’opera, da lì una serie di eventi lo porterà a cambiare prospettiva e a darsi una missione nuova, che non è più la ricerca del misterioso Omino.

Ma qual’è questa missione esattamente?

Non potrei dirlo senza fare “spoiler” fatto sta che come risultato del suo viaggio, Tommy cercherà di essere buono e in qualche modo essere d’aiuto ai suoi genitori cercando di renderli più felici, e qui, per me iniziano i nodi da portare al pettine.

 

GLI OCCHI DEL BAMBINO E QUELLI DELL’ADULTO, LE  “MANINE”

Da un lato trovo positivo che in un libro voglia far capire ai bambini che anche gli adulti hanno le loro difficoltà da superare, e anche che è possibile andar loro incontro, ma dall’altro temo che questo possa “responsabilizzare” eccessivamente il bambino.

Un bimbo non dovrebbe mai pensare che la felicità o l’infelicità del genitore possano dipendere da lui, e sebbene questo non sia certamente il messaggio che il libro vuole trasmettere, ho percepito alcuni passaggi con un certo disagio per questa ragione.

Io comunque parlo della mie personali sensazioni a riguardo, non sono una psicologa (al contrario della donna che ha scritto la prefazione del libro) quindi prendete le mie parole su quest’ultimo punto per quel che sono: un parere soggettivo e non un dato di fatto.

Comunque anche la prefazione l’ho trovata curiosa in quanto nessun titolo che avevo analizzato fin’ora ne era provvisto. Come ho detto, il lavoro dietro al titolo è molto e si intuisce anche da questo.

E ALLORA  LE 2 STELLE?  

Considerando che l’autrice è giovane e a casa editrice promuove novità ed esordienti (Dio sa quanto questo ci manca in Italia) avrei potuto dare un voto più alto, ma non l’ho fatto perché la lettura mi ha lasciato addosso la sensazione che il libro sia stato fatto sì per il bambino, ma prendendo in considerazione il suo mondo così come l’adulto se lo immagina (invece che così come lo vede lui).

Mi spiego meglio: traspare nel discorso un velo di nostalgia per l’infanzia che è proprio dell’adulto e comprensibile solo dall’adulto.

Un bambino sta vivendo l’infanzia e proprio per questo non la vede come un “momento magico” e di certo non può capire la nostaglia per essa! Allo stesso modo non potrà percepirsi come “pieno di fantasia”…quella visione è quella che noi, “grandi” proiettiamo su di lui. Faccio ancora un esempio concreto: in formazione, quando siamo diventate volontarie, ci hanno messo in guardia dalle “manine”. La nostra formatrice disse:

Non chiedete mai ad un bambino di darvi la “manina”…quando lui guarda la sua mano la vede perfettamente normale, delle giuste dimensioni. Casomai è la vostra mano ad essere grande. Chiedetegli invece di darvi la mano così come fareste con un adulto e lui sentirà che lo state considerando come chiunque altro nella stanza. Un bambino non è un animaletto.

Sembrerebbe contro intuitivo, ma non si deve”infantilizzare” i bambini, farli sentire più piccoli di ciò che già sono.

Dovremmo tenere per noi “le manine” perché quella è la nostra visione, e imponendola cancelliamo quella dei bambini! Ne avevo già parlato in “Piccolo Elliot nella grande città” , libro che ha come sua forza maggiore proprio quella di considerare il mondo visto dalla prospettiva dei bambini e rappresentarlo di conseguenza, con banconi e sedie alti e visti sempre dagli occhi del piccolo elefante, in cui il bambino può riconoscersi.

C’è un punto del libro in particolare dove la mamma viene definita come colei “che tutto sa”, e leggendo mi sono chiesta. Ma questo punto di vista di chi è? Della madre? Di Tommy? No, questa è l’immagine della madre come lei crede che Tommy la veda.

Questo a mio avviso allontana la storia dal bambino avvicinandola all’adulto e, sebbene questo non si verifichi in tutto il libro quelle volte in cui accade suonano al mio orecchio come una stonatura, per ci ho dovuto tenerne conto.

Detto ciò l’autrice è senza dubbio giovane e talentuosa e con il tempo sono sicura che potrà regalarci storie sempre più raffinate e divertenti. 🙂 spero che queste mie osservazioni possano essere  viste come costruttive vi invito a seguirla.

Se vi va, date anche un’occhiata al sito della casa editrice, che ha un nutrito catalogo per adulti (se provate qualche libro fatemi sapere la vostra opinione nei commenti)

A presto,

L’elefantina lettrice.

PS: mi son accorta che trattando libri molto simili fra loro (anche per fattura) non scrivo mai nulla per quanto riguarda i materiali …. Tendo a “darli per scontati” insomma, ma questo perché i libri che tratto hanno quasi tutti copertina rigida e rilegatura a filo (anziché con colla). In questo caso però ho letto la versione elettronica e non so effettivamente come si presenti  di per sé il libro . So che è disponibile in brossura, ma se volete altri dettagli andate e toccate con mano.